JOBS ACT: la sentenza della Corte Costituzionale

Pubblicato da Manuela Pagot il 3 ottobre 2018

 

Nelle aziende con più di 15 addetti il giudice potrebbe stabilire un importo superiore. L’accordo tra le parti resta invece appetibile nelle imprese più piccole

 

Mercoledì scorso la Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale quella parte del Jobs Act che stabilisce l’indennità di licenziamento in misura fissa.

La Corte scrive:   “E’ irragionevole, che l’indennità sia fissa e solo basata sull'anzianità, per quella parte, la legge va dichiarata incostituzionale”.

 

Cosa succede a seguito di questo verdetto?

Tutti quelli che sono stati assunti con la JOBS ACT, a far data dal 7 marzo 2015, avranno diritto, nel caso in cui siano licenziati ingiustamente, ad una indennità non più fissa, ma variabile tra 6 e 36 mensilità come variato con il Decreto Dignità convertito in legge. Per tanto perde efficacia dissuasiva la procedura di conciliazione prevista dal Jobs Act per le aziende con più di 15 dipendenti. Resta invece appetibile nelle imprese più piccole.

Il decreto legislativo 23/2015 ha previsto un’esenzione fiscale e contributiva integrale per l’indennità risarcitoria nell'ambito della conciliazione con il dipendente (assunto dal 7 marzo 2015) a fronte della rinuncia da parte di quest’ultimo all'impugnazione del licenziamento.

Nonostante la decisione della Consulta abbia lasciato inalterati tali importi, è lecito ritenere che la pronuncia di incostituzionalità avrà l’immediato effetto di eliminare qualsiasi offerta di conciliazione per quanto concerne i dipendenti delle grandi imprese.

Situazione opposta per quanto riguarda invece le piccole imprese, ossia le aziende che non raggiungono i requisiti dimensionali previsti dall'articolo 18 dello statuto dei lavoratori: qui l’offerta di conciliazione conserva intatta la sua capacità dissuasiva.

 

Si va delineando un nuovo sistema

Al posto del risarcimento predefinito, sembra affacciarsi un criterio flessibile: il Giudice dovrà decidere, caso per caso, l’entità del risarcimento spettante al lavoratore ingiustamente licenziato. 

L’elemento comune di queste decisioni è il rifiuto di parametri rigidi e predeterminati, e la preferenza verso la scelta discrezionale del giudice, che vede ampliare il proprio potere nella determinazione degli effetti economici delle sue sentenze, tanto in caso di licenziamento quanto nella definizione delle spese di lite. Questa maggiore libertà decisionale comporta un rischio non banale: situazioni uguali tra loro potrebbero essere decise in maniera molto diversa (come accadeva in passato), solo perché gestite da giudici aderenti ad orientamenti e interpretazioni differenti (seppure tutte legittime).

Per evitare che questa disparità, al momento solo teorica, diventi reale, è importante, ora più che mai, che la politica compia scelte ben ponderate. Questo vuol dire che, prima di assumere ogni decisione, bisognerà attendere le motivazioni della sentenza, cercando di comprendere fino in fondo i criteri utilizzati dalla Consulta. Solo allora si potrà valutare se sussiste la necessità di aggiustare una normativa che, è bene ricordarlo, è stata ritoccata meno di due mesi fa, senza che fosse cancellato quel meccanismo (due mensilità fisse per ogni anno di anzianità) appena bocciato dalla Corte.

Aggiustamenti che, se saranno considerati necessari, dovranno applicare fino in fondo i criteri individuati dalla Consulta, ma anche tenere conto che non possiamo ritornare a un sistema di cui nessuno sente nostalgia (e che allontana gli investimenti stranieri): quello dell’incertezza sugli esiti e i costi del contenzioso.

Per di più quest’anno vengono a scadenza gli sgravi triennali di più di un milione di contratti a tempo indeterminato avviati nel 2015. A quel tempo a chi assumeva o stabilizzava a tempo indeterminato si era data la possibilità per 3 anni, di avere ridotto il costo del lavoro sottolineando che in seguito si poteva valutare se mantenere in forza il personale o recedere pagando una indennità fissa. Ora l’indennità fissa non c’è più, e si rischia di pagare fino a 36 mesi.

Si certo che è meglio così per i lavoratori, ma non dimentichiamo chi è che crea occupazione. 

 

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Categorie: Consulenza del Lavoro

Manuela Pagot

Scritto da Manuela Pagot